Historia de un bache (Storia di una buca), è contenuto nella raccolta Cerrado por reparaciones (Chiuso per restauri), con la quale l’autrice, Nancy Alonso, ha vinto nel 2002 il premio di narrativa femminile “Alba de Céspedes”.

 

 

 

Storia di una buca

Avrebbe potuto essere una delle tante buche che costellano le strade dell’Avana. Tuttavia, raggiunse la notorietà per il fatalismo geografico di essere nata davanti alla casa dove viveva Noelia Torres.

La scoprì Noelia un giorno, ancora molto piccolina, quando per poco non ci inciampa dentro e cade.

“E’ chiaro che l’asfalto cede, con le perdite d’acqua che ci sono in tutto il quartiere. Quante volte l’ho detto!”

Noelia tornò a lamentarsi delle tubazioni rotte con Perdomo, il delegato del Poder Popular della sua circoscrizione. Da parte sua, lui si sfogò riferendole delle pratiche avviate per risolvere, senza risultati soddisfacenti, quella e altre difficoltà che colpivano la comunità, come la riparazione delle case, il cattivo stato del parco-giochi, l’infiltrazione del tetto del poliambulatorio e le discariche spontanee di rifiuti.

“Sono arrivata lancia in resta e ho finito per consolare il delegato. Si vede che ha voglia di lavorare e la burocrazia non glielo permette. Bisogna aiutarlo”.

Noelia scrisse una lettera dettagliata all’azienda “Aguas de La Habana” – con copia al governo municipale, al delegato e al nucleo del partito dei pensionati in cui militava – spiegando la situazione e avvisando che il ritardo nelle riparazioni avrebbe causato disagi e spese maggiori. Nella sua campagna, Noelia fu aiutata dagli altri membri della famiglia: il figlio stampò le lettere durante le ore di lavoro con la carta che gli aveva procurato la nuora; il nipote le distribuì a tutti fuorché al nucleo, che ricevette la lettera da Noelia in persona, nel corso di una riunione da lei stessa convocata, dove l’unico punto all’ordine del giorno era di informare i compagni sulla  battaglia iniziata.

Mentre si innalzavano le preghiere e dal cielo non scendeva il miracolo, la buca crebbe in salute grazie alla buona innaffiata a giorni alterni – quando toccava l’acqua a quella zona – e al fertilizzante fornito da gomme di auto, camion, moto, biciclette e passeggini, e dalle suole delle scarpe di chi ci inciampava.

Noelia scrisse un’altra lettera, questa volta indirizzata al governo municipale, dove si lamentava per l’incompetenza e l’insensibilità dei funzionari di “Aguas de La Habana” – ai quali inviò una copia, oltre che al delegato e al nucleo dei pensionati – e descrisse il deterioramento dell’asfalto come risultato delle costanti perdite d’acqua. Fu questa la prima volta in cui apparve la parola “buca” in uno dei suoi scritti.

E se con questo non faranno le riparazioni, andremo più in alto fino a raggiungere il nostro proposito. Qualcuno ci ascolterà”.

A partire da un momento indeterminato, la buca cominciò a essere conosciuta piuttosto con i nomignoli di “il baratro” e “il fossato”. Noelia, da parte sua, continuava a mandare lettere con rispettive copie a molti destinatari diversi. Ad esse aggiungeva sempre le relazioni precedenti, in modo che si conoscesse meglio la storia della buca, in quel momento al centro di crescente preoccupazione dato il numero di ossa, carburatori e ammortizzatori fratturati che figuravano nei suoi dossier. Di conseguenza, ogni lettera-protesta di Noelia presupponeva una maggiore richiesta di carta, che sua nuora non poté più garantire. Se la guerra delle missive non cadde in una buca, fu perché i vicini apportarono un rinforzo di fogli di carta.

Noelia venne citata in diversi uffici e ricevuta da numerosi funzionari. Tutti le spiegavano le difficili coordinazioni richieste per intraprendere i lavori – la brigata di manutenzione delle tubature, che doveva lavorare per prima, non era la stessa che riparava le buche – si lamentavano della scarsità di materiali, e promettevano di risolvere il problema al più presto.

Due anni dopo, Noelia decise di denunciare il caso al quotidiano Tribuna de La Habana.

“Come sono venuta bene nella foto mentre indico la buca! Vediamo se con questo articolo finisce la nostra odissea”.

Noelia fu colta da infarto quando ricevette una comunicazione in cui la si informava che, per contenere l’estensione della buca, sarebbe stata sospesa l’erogazione dell’acqua finché non sarebbe arrivato un carico di tubazioni dalla Cina. Per questo motivo, gli abitanti della zona avrebbero ricevuto “il prezioso liquido” una volta alla settimana attraverso autocisterne. Noelia non riuscì a leggere che, come misura addizionale, la sua buca sarebbe stata inclusa nella cartina delle buche croniche, pubblicata periodicamente dalla rivista Viales del ministero del Trasporti, con l’obiettivo di avvertire gli autisti e di evitare lamentabili incidenti.

Durante il ricovero di Noelia in ospedale, i familiari evitarono di parlarle della buca. Neanche lei la menzionò, come se fosse stata inghiottita dalla terra.

Il giorno in cui fu dimessa, una volta tornata a casa, fu inevitabile che si comunicassero a Noelia alcuni avvenimenti dell’ultimo mese, come le dimissioni di Perdomo per il mancato arrivo delle autobotti dovuto a mancanza di combustibile. A detta di sua nipote, tuttavia, si era ottenuta una grande vittoria: era stata ripresa l’erogazione dell’acqua, secondo la consueta alternanza di un giorno sì e uno no, benché l’acqua continuasse a espandersi per l’isolato perché non erano apparsi i tubi. Date le dimensioni raggiunte dalla buca, passata ormai alla categoria di “trincea”, il traffico era stato interrotto ed erano stati collocati i segnali di pericolo: se qualcuno ci fosse caduto dentro sarebbe finito dritto in Cina, un modo abbastanza stravagante di procurarsi le tubazioni.

Questo alberello che cresce al centro della buca è un flamboyán?”

Nei giorni in cui il torrente di Aguas de La Habana non scorreva, Noelia innaffiava la buca e con essa il flamboyán.  I bambini del quartiere la aiutarono a mettere la recinzione e a seminare altre piante.

“Scriverò alla Società Protettrice degli Animali e delle Piante, al Consiglio di Stato, agli ecologisti di Greenpeace, all’ONU. Ma se nessuno mi darà retta, dovranno passare sul mio cadavere se pretenderanno di chiudere il giardino che ho sempre sognato”.