LA PRESENZA DI ITALO CALVINO NELLA CUBA DI  OGGI

Quando Italo Calvino, in un giorno di tiepido inverno cubano, per l’esattezza il 23 gennaio 1964, atterrava all’aeroporto José Martí dell’Avana, era ben cosciente di ciò a cui andava incontro: aveva accettato – pur restio a questo genere di manifestazioni - di far parte della giuria di un premio letterario (fu l’ultima volta in vita sua) in un paese in cui era casualmente nato 41 anni prima, e che da cinque anni viveva un periodo di rivoluzionaria euforia politica e culturale: i “barbudos”, tra i quali spiccavano – e non  solo per statura fisica – Fidel Castro, Ernesto Che Guevara e Camilo Cienfuegos, erano entrati vittoriosi all’Avana il 1 gennaio del 1959, e da allora l’impegno verso un cambiamento sociale che rispondesse – oltre che a un principio di realtà legato alle circostanze contemporanee e a esigenze strategiche legate alla guerra fredda - alle aspirazioni libertarie di colui che era stato l’ispiratore dell’ottocentesca guerra d’indipendenza dal colonialismo, José Martí, era risultato fortissimo. Era stato forse proprio su ispirazione di questo patriota e scrittore, che Haidée Santamaria, giovane intellettuale che aveva combattuto sulla Sierra Maestra accanto al compagno e poi marito Armando Hart Davalos, aveva fondato nel 1960 Casa de las Américas, luogo di incontro per tutti gli scrittori e gli artisti latinoamericani. Casa de las Américas produceva e offriva (ancora oggi lo fa) molte cose: comprendeva una biblioteca, era un centro di studi letterari, editava una rivista e pubblicava libri (arrivò a pubblicare quasi tutti i classici americani), comprendeva un centro congressi, una libreria, una pinacoteca, un auditorium. Ma la sua attività principale era indubbiamente l’istituzione di un concorso letterario, per il genere della poesia, del romanzo, del saggio, aperto a tutti gli scrittori del continente latinoamericano.

Calvino, è storia ben nota, trascorse all’Avana due mesi in compagnia della fidanzata argentina Chichita, con cui si sposò proprio in occasione del soggiorno avanero; inoltre simpatizzò con molti colleghi cubani, e fu proprio insieme a due di loro, Pablo Armando Fernandez e Miguel Barnet, due scrittori ancora oggi molto attivi (Barnet dirige la Fondazione culturale Fernando Ortiz e Pablo Armando è una grande colonna dell’UNEAC, l’unione nazionale scrittori e artisti di Cuba), si recò un giorno in un sobborgo dell’Avana vicino all’aeroporto, dove visitò la Stazione Sperimentale, si commosse davanti alle rovine del bungalow dov’era nato, e terminò la sua escursione passando per l’ordinata  biblioteca di quel grazioso borgo rurale che è ancora oggi Santiago de las Vegas.

Il contributo di Calvino a Casa de las Américas non si limitò al premio, ma si espresse in due interventi: la lettura pubblica della “Strada di San Giovanni”, poi pubblicato sul numero 24 della rivista, e una conferenza in spagnolo dal titolo “El hecho historico y la imaginacion en la novela” (Il fatto storico e l’immaginazione nel romanzo), dove, dopo aver illustrato la situazione letteraria italiana, riflettuto sul realismo e riferito del grande contributo di Gadda e Pasolini, conclude con una riflessione e un suggerimento. Cito e traduco: “un mondo che pretenda di sviluppare unicamente una letteratura fantastica finisce per produrre una letteratura senza scintilla di fantasia, basata sulla ripetizione di formule, perché senza l’alimento della realtà la fantasia non vive. E d’altra parte, un mondo che pretenda di avere soltanto una letteratura realista finisce per perdere il senso della realtà, e la sua letteratura sembrerà realista e sarà astratta; perché senza il fermento dell’immaginazione non si arrivano a vedere le cose come sono”. Un suggerimento che agli scrittori cubani presenti tra il pubblico non devette suonare né nuovo né strano. La letteratura cubana del primo periodo rivoluzionario, infatti, per non parlare di quella più recente, non si è mai appiattita sui dettami del realismo socialista, grazie anche all’illuminante lezione di un grande del romanzo del900 di cui quest’anno ricorre il centenario, il cubano Alejo Carpentier, iniziatore del realismo magico e teorico del reale meraviglioso, oltre che padre spirituale di autori come Gabriel García Marquez.

Tornando a Calvino, la sua esperienza cubana rimase unica. Italo non ebbe più modo di viaggiare a Cuba né di partecipare a un altro premio di casa de las Américas, perché per statuto uno scrittore non può essere inivitato due volte a far parte della giuria. Ma stando a quanto scrive Helio Orovio, musicologo e autore di una minuziosa ricostruzione del passaggio dello scrittore per l’Isola Grande, “Las dos mitades de Calvino” (Le due metà di Calvino), uscito nel 2000 per i tipi della casa editrice UNION,  Italo contava di aggiungere ai suoi “esercizi di memoria”, scritti tra il 1962 e il 1977, anche un “ricordo” ispirato alla sua isola natale. Ricordo che come sappiamo non arrivò a scrivere, ma a cui stava forse pensando quando venne sorpreso dalla morte.

Intanto, il legame di Calvino con l’isola resta vivo attraverso la sua attività editoriale presso Einaudi, che gli permette di lanciare in Italia, oltre a grandi maestri come il peruviano Arguedas e il già citato Carpentier, anche qualche loro giovane figlio cubano, come Calvert Casey, autore di “Il ritorno”, struggente omaggio alla decadente bellezza dell’Avana, e Miguel Barnet – di cui Einaudi pubblica “Biografia di uno schiavo fuggiasco”, rielaborazione in chiave antropologica di una lunga intervista fatta nei primi anni ’60 a un anziano che aveva vissuto sotto il giogo coloniale, e “Canzone di Rachel”, deliziosa ricostruzione della vita di una soubrette del varietà cubano del primo ‘900.

Di Calvino, invece, a Cuba erano già usciti “Il barone rampante” e “Il visconte dimezzato”. Di quest’ultimo venne realizzata anche una riduzione teatrale moderna e coraggiosa, secondo il giudizio di Orovio. Lo spettacolo, dal titolo Las dos mitades del vizconde venne messo in scena dalla compagnia Joven Teatro di Marianao per la regia di Bebo Ruiz, anch’egli, come Helio Orovio e la nostra amica Yamilet, entusiasta “vecino”, cioè abitante, di Santiago de las Vegas. La prima avveniva il 19 settembre 1985, lo stesso giorno in cui Calvino si spegneva a Grosseto. Una coincidenza messa bene in luce da Orovio nel suo libro.

Nei successivi dieci anni, fino al 1996, la figura di Calvino sembra destinata a vivere soltanto nella memoria di un grappolo di amici intellettuali, anche se il Barone rampante e il Visconte dimezzato – stando a una mia piccola indagine presso “giovani”, si fa per dire, della mia generazione – oltre a restare libri giovanili di culto, letti e goduti, per citare due classici della letteratura cubana per ragazzi, come i racconti di Onelio Jorge Cardoso e le memorie di infanzia di René Mendez Capote, venivano riletti e interpretati testi di particolari complessità intellettuale.

La crisi economica che Cuba si trova costretta ad affrontare dal 1990, in seguito ai ben noti cambiamenti politici occidentali e al crollo dell’Unione Sovietica, in un primo tempo sembra condannare Cuba a un’assenza quasi assoluta di libri, letture e scambi culturali con altri paesi e soprattutto con l’Europa. Ma la strategica apertura di Cuba al turismo e agli investimenti stranieri alla lunga risulta efficace anche dal punto di vista culturale, perché molte case editrici europee – sull’onda di fortunate operazioni soprattutto in campo musicale e cinematografico, si accorgono di Cuba e – perdonatemi la brutalità – “fiutano l’affare”, proponendo autori nuovi, spesso nuovissimi, anche se a volte a scapito della qualità, troppo impegnate nel proporre uno stereotipo – rum, palme, mulatte, sesso e povertà felice – certamente utile alle vendite ma non rispettoso della complessità e ricchezza sociale cubana. Accanto a questo, va però ricordata la disinteressata e appassionata solidarietà – mai venuta meno - dei tanti comitati pro Cuba e delle Associazioni politiche e culturali, che negli anni ’90, proprio per fronteggiare la penuria di risorse, hanno aumentato l’invio di aiuti economici e patrocinato iniziative culturali di diverso tipo, a seconda delle loro forze: per rimanere in ambito nazionale, dall’invio di materiale didattico dei tanti circoli di Italia-Cuba disseminati in tutte le nostre regioni, al restauro di chiese e monasteri (si pensi per esempio alla splendida Basilica di San Francisco dell’Avana, pregevole iniziativa dell’Arci).

Per tornare a Calvino e alla sua rinnovata presenza in suolo cubano, segnalo, da otto anni a questa parte, quattro avvenimenti decisamente lieti, esempio di una disinteressata e lodevole politica culturale:

Nel 1996 in cui si esaudisce un sogno di Elio Orovio, che era quello di istituire un premio letterario dedicato a Calvino. Il “Premio de novela Italo Calvino”, questa la dicitura esatta, era ed è sempre patrocinato da ARCI, Ambasciata d’Italia e UNEAC. E’ a scansione biennale, aperto a tutti gli scrittori cubani residenti a Cuba, e prevede un premio di 3000 dollari, oltre all’edizione cubana e italiana dell’opera, con tournée promozionale in Italia di almeno dieci giorni.

Il vincitore della prima edizione risultò essere il raffinato Reinaldo Montero, autore di una rivisitazione della tragedia di Medea, poi rappresentata sia all’Avana, per la regia di Abelardo Estorino, che in Italia, all’Aquila. Seguono, nel 1998, lo spiritoso e mordace Eduardo de Llano, con Arena, tradotto in italiano per la Giunti con il titolo di La clessidra di Nicanor; e poi, nel 2000, tocca al più maturo Reinaldo González, saggista e critico cinematografico oltre che narratore, con un romanzo storico ambientato nell’Avana coloniale, uscito in Italia per i tipi dell’editore Marco Tropea con il titolo di “Sottomessi al cielo”. E arriviamo al 2002, quando viene premiata Mylene Fernández Pintado con il suo Altre preghiere esaudite, recentemente uscito in Italia (sempre edito da Marco Tropea), a cui va la mia personale simpatia e di cui caldeggio a tutti la lettura.

Passiamo alla seconda iniziativa: nel 1998 – grazie a un accordo di collaborazione didattica firmato tra l’Università di Cassino e di Roma Tre e l’Università dell’Avana, è stata istituita un’Aula (cioè un cattedra) Italo Calvino, con sede presso la Facoltà di Artes y Letras, per favorire la conoscenza della letteratura italiana e dell’opera del maestro. La presidenza della cattedra è affidata a Graziella Pogolotti, fine intellettuale di origine italiana (il padre, Marcelo, fu un grande pittore del ‘900), mentre la direzione degli studi è affidata alla professoressa Mayerín Bello, italianista di prestigio e divulgatrice dell’opera di classici come Giacomo Leopardi, di cui segnalo la pregevole edizione cubana.

Il terzo appuntamento con l’immagine di Italo Calvino risale al febbraio del 2000, in occasione della Feria del Libro dell’Avana (un’importante appuntamento con i libri e i lettori cubani e stranieri che si tiene ogni anno nella stupenda cornice del coloniale Castello del Morro). Ospite d’onore era l’Italia: venne presentato il libro di Orovio più volte citato e organizzata una mostra fotografica dedicata alla famiglia Calvino e soprattutto al soggiorno cubano di Italo del 1964.

E veniamo all’ultima fatica calviniana. La pubblicazione, nel 2002, di Itinerarios  de Calvino, volume curato da Nicola Bottiglieri, professore di lingua e letteratura ispanoamericana dell’università di Cassino, e Giancarlo Ferretti, professore di Letteratura Moderna a Contemporanea dell’Università di Roma Tre, che raccoglie i contribuiti di alcuni italianisti e critici letterari cubani e italiani, tra cui Nara Araújo, Mayerín Bello e Filippo La Porta. Un’operazione, come recita l’introduzione, volta a promuovere la conoscenza della letteratura italiana a Cuba e in tutta l’america latina attraverso – cito e traduco – “ i luoghi di Calvino, ideali e fisici, gli itinerari della sua produzione e delle sue esperienze culturali, dalla letteratura alla scienza, dalla saggistica all’attività editoriale, e anche dalla Cuba della sua nascita all’America latina della sua maturità, e Sanremo, Parigi, New York... Intorno a questi luoghi si è voluto costruire una guida per conoscere  Calvino, assegnando uno spazio specifico ai temi che più direttamente possono interessare i destinatari dichiarati: gli studenti cubani”.

Ecco dunque dimostrato, spero, che Calvino è oggi a Cuba una presenza più che mai viva. Ed è bello pensare che attraverso il premio a lui dedicato, continui in qualche modo a favorire la conoscenza della letteratura cubana in Italia, proprio come quando lavorava all’Einaudi. Nella sua prefazione a Il ritorno di Calvert Casey, scrittore cubano-statunitense che finirà i suoi giorni a Roma (la loro fraterna amicizia porterà Calvino a farsi personalmente carico dei funerali di quest’uomo), Italo scriveva: “Dall’Avana arriva uno dei nuovi scrittori ispanoamericani più significativi, che spicca in mezzo alla densa produzione libraria che la neonata industria editoriale cubana ha dato alla luce in questi anni di rivoluzione e forzato isolamento. Libretti con copertine di raffinata avanguardismo grafico, dove i giovani narratori o i poeti sembrano esprimere l’ansia di fondare una letteratura autoctona e contemporaneamente non rimanere al margine dell’espressione letteraria di un Occidente che all’improvviso è diventato remotissimo.”

Ebbene, la simultaneità dei due impulsi che Calvino vedeva presenti nella scrittura di Casey, nutrito di esperienza letteraria internazionale e nello stesso tempo ostinata e ossessivamente “locale” è ciò che si ravvisa in tanta produzione letteraria contemporanea e nei quattro premi Calvino finora assegnati, come confermato da Mylene Fernández Pintado in una recente intervista, a proposito del fatto che i personaggi del suo libro, pur abbandonando Cuba, si impegnano a mantenere la loro identità culturale: “Ho cercato di ricreare conflitti personali, prima di tutto. Se c’è qualcosa di locale in essi, è che in un modo o nell’altro rappresentano un canto all’Avana, che potrebbe essere un canto a un luogo lasciato, a ciò che eravamo o potevamo essere nel passato. La nostalgia, l’estraneità, il ricominciare, a volte succedono senza che cambi la geografia”.

E a proposito del possibile rapporto tra la sua scrittura e quella di Calvino, la scrittrice confessa:

“Per la verità mi piacerebbe molto che ci fosse una relazione, sarebbe un onore per me. L’opera di Calvino ha una fantasia debordante. E la fantasia è buona per vivere e una magnifica alleata per scrivere. Nel mio romanzo a volte mi rifaccio all’assurdo, al paradosso, per raccontare le cose. Mi sembra meglio, che raccontare le cose in tempo reale. A volte è più efficace guardare le cose da quest’altro angolo”.

La lezione di Calvino, dunque, traspare anche nella scrittura degli autori cubani più giovani. Ma perché esca dal ristretto cerchio di una élite di italianisti e intellettuali coltivati, vorrei confessare un mio piccolo sogno personale: che il popolo dei lettori cubani, un popolo colto e affamato di buona letteratura, possa presto leggere in edizione economica non solo il Visconte dimezzato e Il barone rampante, da tempo esauriti nelle librerie, ma anche le Cosmicomiche, Marcovaldo, Le città invisibili, Se una notte d’inverno un viaggiatore, Il castello dei destini incrociati...

Sono convinta che sarebbe contento anche lui.

Irina Bajini