AI POPOLI DI LATINOAMERICA

 

 

Fratelli e compagni del COPINH e di tutta Latinoamerica,

 

E’ già passato del tempo da quando il nostro amico Don Luigi Gallo si rifiutò di partecipare alle celebrazioni del 500° anniversario della scoperta dell’America. Che cosa avrebbe dovuto celebrare? Gli eccidi, la resa in schiavitù, la distruzione di popoli interi e della loro civiltà sicuramente più avanzata, dal punto di vista culturale, di quella dei conquistatori? Avrebbe dovuto celebrare quelle stesse forme di sfruttamento e genocidio programmato che ancora oggi, a più di mezzo millennio da questa supposta scoperta, i nativi sono costretti a subire? Don Gallo fece bene a non partecipare ed a denunciare tutta l’ipocrisia e la cattiva coscienza che si celano dietro a manifestazioni di questo tipo.

Oggi abbiamo avuto la possibilità di vedere e sentire ciò che accade in Honduras che è forse meno peggio di ciò che sta accadendo ad esempio in Colombia ed in altri paesi di Latinoamerica. Non è molto diverso da cinquecento anni fa. Invece che conquistadores ora si chiamano multinazionali, invece dei soldati di Castiglia troviamo mercenari di tutte le nazionalità, invece dei governatori di Sua Maestà Cattolica abbiamo i governi corrotti e servili. Ma i risultati sono identici: i saccheggi, le spoliazioni ed il genocidio nei confronti di quelle popolazioni che conservano una cultura ed una identità tale da non poter essere omologata. La cultura occidentale colonialista e rapinatrice non è cambiata, si è limitata ad apporre tre lettere prima del nome, così che non ci sono difficoltà con il vocabolario: basta dire neocolonialismo, neoliberismo, neocapitalismo e così avanti con una serie infinita di “neo”. Ma non c’è niente di nuovo sotto il sole.

Nel bene e nel male.

Il bene è che ci sono popoli che resistono, come questo coraggioso popolo Lenca, e resistono proprio perché non accettano queste condizioni, non accettano di rinunciare alla loro identità perché sanno che quella è l’unica arma che hanno e non sono disposti a barattarla con la promessa di facili consumi. Sono molti i popoli di Latinoamerica che hanno preso coscienza della loro identità e sono disposti a lottare per conservarla. Questo è un momento storico importante e cruciale per tutto quel continente e questo è stato reso possibile anche da un’altra resistenza che ormai possiamo definire epica per la sua durata e per le prove che è stata costretta a subire e che ancora sta subendo.

Mi riferisco alla Rivoluzione Cubana, che è riuscita sempre a portare aiuto a chi ne aveva bisogno, non solo in termini militari così come è successo in Africa, dove ha sconfitto l’esercito razzista del Sudafrica e con esso l’apartheid, ma in termini di aiuti umanitari e culturali attraverso i suoi medici ed i suoi maestri presenti negli angoli più sperduti di tutta Latinoamerica e attraverso il suo esempio di piccolo paese che si oppone alla più grande potenza economica e militare della storia.

Non c’è niente di nuovo sotto il sole.

Ci sono popoli che soffrono e lottano per la propria dignità e la propria sopravvivenza, ve ne sono altri che aspettano  il momento per poter rivendicare le stesse cose, vi sono popoli che soffrono la fame e le malattie vivendo in luoghi che sono scrigni ricolmi di tutte le ricchezze che loro non possono usare perché una multinazionale straniera se ne è impossessata, con la complicità dei governi e degli organismi finanziari internazionali.

E questo è il male.

Noi viviamo in un paese che è, o forse era, tra i più ricchi del mondo. Abbiamo la possibilità di accedere a molti beni di consumo, la maggior parte dei quali è sostanzialmente inutile: se possiamo fare questo non è solo perché noi o i nostri padri hanno lavorato duro. Se possiamo fare questo è perché in qualche parte del mondo qualcuno soffre la mancanza delle cose essenziali per sopravvivere: il cibo, le medicine, l’acqua, il riscaldamento, la casa, l’istruzione.

Ma anche a noi hanno portato via qualcosa: hanno portato via il tempo per pensare, innanzi tutto. Perché pensando c’è il rischio di ribaltare dei concetti. Per esempio potremmo renderci conto che annullare il debito estero dei così detti paesi poveri non è un atto di bontà ma sarebbe solo la restituzione di parte di un debito ultracentenario che abbiamo con loro.

Oppure potremmo pensare che sarebbe ora di sostituire al metro con cui si misura l’economia, che è quello del denaro, con quello degli avanzamenti sociali, arrivando a dire  che un paese ricco è quello in cui la maggior parte dei cittadini ha accesso a beni primari come quelli rappresentati dalla salute, dall’istruzione, dalla casa, dalla cultura, dall’accesso alle pratiche sportive ed artistiche.

Potremmo scoprire che Cuba è uno dei paesi più ricchi del mondo.

Ai nostri fratelli e compagni Lenca del COPINH, a nome del circolo SanremoCuba, possiamo solo dire che hanno ed avranno sempre tutta la nostra solidarietà, che la loro lotta è la nostra. Pensiamo che la loro liberazione sia anche la nostra liberazione e che non potrà esserci l’una senza che necessariamente vi sia anche l’altra.

 

Mai come ora, in quest’epoca di forzata globalizzazione, è necessario ripetere lo slogan:

 Popoli di tutto il mondo unitevi”.

 

San Remo, li 29 settembre 2005

 per il circolo SanremoCuba: Gio Batta Prevosto (Titen)

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