ANCORA SU “LIMES”

Da sempre la realtà cubana è oggetto di attacchi e di elogi. La realtà è molto complessa e recentemente alcune riviste hanno dato luogo a interventi polemici, legati essenzialmente a pregiudizi ideologici e non suffragati da corrette informazioni. Anch’io, che non sono un’esperta di politica ma  per ragioni affettive e di lavoro trascorro diversi mesi all’anno all’Avana, vorrei dire la mia.

Da sempre le Antille esercitano uno straordinario fascino sugli europei, una sorta di forza attrattiva e simbolica che indica le isole dei Caraibi come Nuovo Mondo e  ritrovato Paradiso Terrestre. Lo documentano cinquecento anni di testimonianze, a partire dalle lettere di Cristoforo Colombo  fino alle attuali agenzie di viaggi, con le loro pubblicità colorate che vantano i Caraibi come terre felici dove un mare sempre azzurro e l’associazione “mulatta-palma-sigaro-rum” assicurano un soggiorno felice e l’oblio delle preoccupazioni quotidiane.

 Se questo è vero per tutti i paesi caraibici, lo è in particolare per Cuba, che nell’immaginario di molti di noi è presente come luogo di utopia. Disgraziatamente Cuba è un paese amministrato con criteri fortemente sociali, tanto da venire considerato un “paese socialista”, una sorta di succursale della scomparsa Unione Sovietica. Non è mai stato così ma alle democrazie europee questo non interessa né tanto né poco. Nel 1959, dopo la la guerra di liberazione, Fidel Castro, respinto dagli Stati Uniti che non riconobbero il nuovo corso, dovette chiedere aiuto all’Unione Sovietica: non aveva altra scelta, poiché il presidente Eisenhower e il segretario di stato Foster Dulles avevano escluso qualsiasi forma di collaborazione e l’isola di Cuba (come del resto tutti i paesi del mondo) non aveva certo alcuna possibilità di vita autonoma. In quel momento, da quella decisione, gli Stati Uniti perdettero l’occasione di condizionare Cuba con i loro aiuti anziché con la guerra fredda e con l’embargo. Decisione pienamente giustificata, del resto. Gli americani erano da sessant’anni i padroni dell’isola, da quando nel 1898 avevano vinto la guerra con la Spagna; nel 1903 avevano installato a Guantánamo  una base militare che esiste tuttora, come tutti sanno, e avevano esercitato il diritto di intervento armato. Anche la politica era di fatto nelle loro mani, attraverso l’appoggio che essi davano ai governatori locali. Il presidente cubano Fulgencio Batista era grande amico di Nixon. Tutto questo spiega perché Castro, figlio della buona borghesia agraria cubana, sia stato considerato dagli americani più comunista di quanto non fosse in realtà, e dai cubani non già un Lenin ma piuttosto un Garibaldi. La situazione è tale che oggi a Cuba si possono trovare persone ideologicamente lontane dal marxismo ma non per questo disposte a vedere la loro isola (i cubani, come tutti gli isolani, sentono fortemente il vincolo patriottico) diventare di nuovo la sala da gioco e il lupanare dei magnati americani. Questa è in parte la ragione per la quale, in tanti anni, numerosi tentativi di sbarco e di eliminare fisicamente Castro sono falliti.

Ho ritenuta necessaria questa premessa per poter affrontare con la serenità necessaria un discorso su Cuba che fosse lontano tanto dalle infatuazioni acritiche come dalle accuse ingenue.

Ai primi di dicembre dello scorso anno  si è tenuta all’Università Statale di Milano una lezione-tavola rotonda su Cuba, riservata a studenti e dottorandi di storia contemporanea della Facoltà di Scienze Politiche. Al tema aveva dedicato un numero Limes, rivista italiana di geopolitica, ed io ero stata invitata a partecipare. Non sono una esperta di politica internazionale, ma per motivi di studio e di professione nell’ambito della letteratura ispano-americana, oltre che per ragioni personali e affettivi, frequento Cuba da dieci anni.

Anch’io sono affetta da “cubanite”, ossia da quella malattia che colpisce molti italiani, attrazione fatale per un luogo politicamente e socialmente esotico, dolce mescolanza di palme, utopia e speranze, su cui si era intrattenuto in uno dei suoi due articoli di Limes, Danilo Manera, uno studioso di letteratura spagnola che ha curato diverse antologie italiane dedicate a scrittori cubani contemporanei.

Confesso che anch’io a volte rischio di difendere Cuba più con le viscere  che con il cervello, specialmente quando da essa mi separano 8000 chilometri, come in questo momento. E tuttavia, mio malgrado, non posso non vedere i problemi e le contraddizioni di Cuba, perché in quanto straniera con residenza permanente sono testimone dei disagi dei miei vicini di casa, dei loro sogni di emigrazione e delle ristrettezze della tessera alimentare. Ho lavorato a una guida turistica di Cuba toccando con mano il grado di corruzione di certi funzionari, e inoltre collaboro con l’ESTI, che è un centro di traduttori e interpreti controllato dal Consiglio di Stato, e quindi so che cosa significa l’autocensura.

Ma se questo è vero, se il mio vissuto cubano mi conduce a volte ad attacchi di scetticismo e a crisi di sconforto, devo però dire che è difficile leggere e ascoltare discorsi sereni attorno a Cuba. Molto spesso sia i difensori che i detrattori mostrano cadute di gusto e di professionalità, e questo non solo sui quotidiani e sui periodici di attualità, dove l’approssimazione e la disinformazione spesso la fanno da padroni, ma anche a livello universitario, da parte di studiosi e riviste che dovrebbero essere serie.

Prendendo lo spunto da Limes e dal mio intervento del dicembre scorso alla Facoltà di Scienze Politiche vorrei precisare alcuni fatti sui quali si sentono e si leggono spesso grossolane inesattezze.

Cominciamo con l’economia. Si dice e si scrive che l’economia “resta centralizzata”. Ora, a parte il fatto che il governo cubano non ha mai detto che non lo sia, devo ricordare che le industrie cubane sono spesso gestite da investitori stranieri, che conducono la produzione coi loro criteri e con capitale misto, per metà privato e per metà governativo. Anche i servizi sono spesso affidati a società straniere: per esempio i telefoni. A questo punto diventa ridicolo dire che “rimangono esigui margini per un lavoro in proprio di recente ristretti a spese di massaggiatori, barbieri e giornalai". Confesso di non riuscire bene a circoscrivere la categoria dei massaggiatori. Giornalai e barbieri ci sono sempre stati, e non mi sembra che sia cambiato niente. Ho in mente anche i sarti, i fotografi e i ciabattini, così come gli occhialai, gli orologiai, i venditori di cibarie, di frullati e di caffè per strada, e i caricatori di accendini, fino ad arrivare ai venditori di noccioline. Che io sappia, non sono state chiuse né le paladares, cioè i ristorantini privati, né sono state revocati i permessi di affitto delle case private. Certo, chi esercita l’attività clandestinamente lo fa a suo rischio e pericolo, mentre le licenze sono difficili da ottenere e alte le tasse per questo genere di attività altamente lucrativa, e questo vale anche per chi possiede un auto e vuole esercitare l'attività di tassista. E poi ci sono i mercati della frutta e verdura, gli agromercados. Che io sappia, c’è anche chi possiede due o tre posteggi, e paga uno stipendio a dei commessi per rivendere i prodotti, e questa attività è legale.

Passiamo ora al turismo, considerato giustamente la principale attività economica dell’isola. Si è detto e scritto su Limes, che il turismo è in mano ai militari guidati dal numero due Raúl Castro. Da cosa deriva questa affermazione? Dal fatto che da qualche mese, Raúl Castro, all’interno di una doverosa e capillare lotta alla corruzione, ha deciso di sostituire il ministro del turismo Ibrahim Ferradaz con Manuel Marrero, ex Presidente della Gaviota, gruppo turistico gestito dalle Forze Armate, e inoltre di assumere la supervisione del ministero. Il motivo è molto semplice: per oltre dieci anni, il turismo ha gestito con troppa libertà "torte" di grande interesse. L’ex ministro non ha saputo o voluto controllare il cattivo operato del gruppo Cubanacán, che conta su 23 imprese a capitale misto. E la Gaviota, forse proprio perché avulsa dal contesto del Ministero del Turismo e controllata direttamente dai militari, è il gruppo più produttivo ed efficiente. Nessuno vuole affermare che i funzionari della Gaviota siano degli stinchi di santo, ma sicuramente hanno minori possibilità di rubare.

Altre affermazioni riguardano gli aspetti politici. Limes scrive che "chi non appartiene alla nomenklatura è sempre più povero e sempre meno disposto ad attribuire le proprie sofferenze solo all’embargo americano". Posso garantire che nessuno, neanche il nonno di un mio caro amico, che ha 91 anni ed è tra i più vecchi militanti comunisti di Cuba, crede che tutte le carenze di Cuba dipendano soltanto dall’embargo americano. L’embargo è un dato di fatto, è una base di disturbo assodata, ma nessuno si culla nell’illusione che sia l’unico problema. D’altra parte, è realistico immaginare che chi appartiene alla nomenklatura abbia dei privilegi. So di preciso, per esempio, che i militari con la loro famiglia possono andare in vacanza una o due settimane all’anno in confortevoli ed economici alberghetti a loro riservati.  Ma il vero scandalo non mi sembra il fatto che un ministro giri in Lada, ma che ci sia ormai una classe di nuovi ricchi con un forte potere economico. E questi non sono, ahimè, né medici, né ingegneri, né avvocati, né professori, né politici, né militari né poliziotti, ma commercianti e lavoratori del turismo in senso lato: dagli impiegati di agenzia, ai portieri d’albergo, ai camerieri e ai baristi (che arrivano a guadagnarsi anche 1000 dollari di mancia al mese), ai proprietari delle paladares, agli affittacamere, per non dire delle attività illecite che girano intorno al turismo, in primis la prostituzione con i suoi servizi collaterali.

Sempre sul piano politico, si legge a p.14 di Limes che dopo la caduta del muro di Berlino Cuba le prova tutte “per conservare la legittimità del potere rivoluzionario”, ma non apre al pluripartitismo e alla democrazia. Questo è verissimo: il governo cubano sta tentando di mantenere la propria coerenza politica. Questa non mi pare una colpa; semmai c’è da chiedersi se ci riesca, dal momento che inesorabilmente si sta affermando il libero mercato e una progressiva privatizzazione. Quando si sarà formata una classe borghese sufficientemente ricca da creare un proprio partito, si avrà a Cuba una democrazia di tipo occidentale e la popolazione voterà per una lista e non per le singole persone elette dalla base, come si fa adesso.

Altri punti toccati da Limes riguardano l’alimentazione e l’assistenza sanitaria, accusati di avere raggiunto i minimi storici. Negli anni ‘90 la popolazione aveva molto sofferto per le carenze alimentari ma sembrava più disposta ad accettare la scarsità di proteine per tutti; adesso che tanti nuovi ricchi possono mangiare bene, risulta scandaloso che i bambini abbiano il latte gratis soltanto fino a sette anni. Ma Cuba rimane pur sempre l’unico paese in tutta l’America Latina che garantisce il sostentamento a tutti, proprio a tutti. E nelle scuole si sta molto attenti alla salute dei bambini: se negli anni ’70 il 20% dei minori era addirittura obeso, oggi la situazione si è ribaltata, ma nei casi di sospetta malnutrizione (che comunque non raggiunge quote drammatiche) si interviene con complessi polivitaminici e aumento di quota lattea o proteica. Quanto all’assistenza sanitaria, notoriamente uno delle massime conquiste del socialismo cubano, è vero che tanti ospedali sono fatiscenti e le medicine scarseggiano. Ma in questo fenomeno il ruolo dell’embargo è indubbio e in ogni caso l’assistenza sanitaria è garantita a tutti. La salute rimane ancora un diritto inalienabile, la cultura della prevenzione è forte e capillare, e potrei fare molti esempi concreti di un’assistenza tempestiva e precisa. Il mio bambino è stato vaccinato anche contro la meningite batterica, cosa da noi ancora pionieristica. E’ vero che molti medici vanno a lavorare in Venezuela, dove per un accordo tra governi i medici vengono pagati in dollari e tornano a casa con un discreto gruzzolo. Il livello della ricerca scientifica, sia pure realizzata in mezzo a mille difficoltà, è comunque sempre alto.

Due parole infine sui pettegolezzi e sulle battute provocatorie. Ho letto che il vecchio dittatore Batista sarebbe  stato più filocomunista del giovane Fidel, che si sarebbe contornato di santini gesuitici all’indomani del suo insediamento nello studio dell’Avana. La battuta semmai fa onore alla moderazione di Fidel e alla sua fedeltà alla cultura del suo paese. La religione non è mai stata avversata e ancora oggi Cuba è un paese di “santeria”, in cui avviene il sincretismo fra cattolicesimo di origine spagnola e la religione degli antichi schiavi negri “yoruba”.  Si dice anche che Fidel sia stato soprannominato “caballo” per le sue prodezze sessuali, non sapendo che il cavallo è la prima carta della lotteria cinese, la charada china, e indica il numero uno, appunto il capo.

Vorrei anche dire qualcosa sugli articoli degli scrittori cubani che Limes ha ospitato. Nessuno di essi vive a Cuba: tre vivono negli Stati Uniti e uno in Colombia, e sono tutti, con sfumature diverse, anticastristi. I più moderati sono forse lo storico Alejandro de la Fuente e l’economista Mauricio de Miranda. Alcibiades Hidalgo è un dissidente militante ed Enrique Patterson scrive sul Nuevo Herald di Miami che è un giornale di estrema destra. Di lui, in particolare, si legge nella rivista un articolo, "Il castrianesimo", che realizza un caso di estremo revisionismo storico. Vi si afferma che negli anni ’50 Cuba era un paese florido, quando è noto e facilmente verificabile che i dislivelli economici erano altissimi e nelle campagne, nelle montagne, ma anche nella sfavillante Avana zeppa di casinò e postriboli, la povera gente, e non era una minoranza, moriva di fame. Patterson afferma che oggi in Iran c’è più libertà che a Cuba, poiché se non altro la dittatura iraniana si fonda su una religione millenaria, mentre a Cuba il “castrianesimo” ha meno di cinquant’anni. A un articolo così estremista (senza entrare nel merito dell'intelligenza o meno di questa tesi) si sarebbe dovuto affiancare, per coerenza con le premesse metodologiche della rivista, l’articolo di un cubano marxista, o per lo meno “libero”, ossia non costretto a raccontare bugie per sopravvivere in una città – Miami – dove la stampa cubano-americana è spesso gestita con modalità mafiose. Altrimenti, dove sta il pluralismo di una rivista che dice di basarsi “sull'incrocio di competenze e approcci molto diversi, in uno scambio aperto di opinioni e in una feconda contaminazione di approcci", dove “ tutte le idee politiche e geopolitiche hanno pieno accesso”? Una rivista, leggo ancora, che “si fonda sul confronto contrastivo di rappresentazioni e progetti geopolitici diversi o anche opposti”.

Sarebbe stato possibile affrontare la questione di Cuba con più equilibrio, pur difendendo la tesi anticastrista? Direi di sì. Mi viene in mente l’operazione di Iván de la Nuez, che vive in Spagna e che nella sua antologia Cuba y el día después, ha invitato a scrivere intellettuali e artisti che vivono fuori ma anche dentro Cuba, come José Ponte ed Ena Lucía Portela.

  Sui due articoli di Danilo Manera, molto ricchi di informazioni ma abbastanza faziosi, vorrei solo puntualizzare due cose.  Tra le riviste culturali esistenti andrebbe per correttezza segnalata anche La Jiribilla, che mi sembra, tra le altre cose, una risposta distensiva alla meno distensiva rivista Encuentro. Non dà voce solo agli intellettuali omologati, riflette ampiamente sui temi dell’esilio e della diaspora, e pubblica contributi e racconti di autori che vivono fuori di Cuba o se ne sono andati a suo tempo, come Reinaldo Arenas, Lino Novás Calvo, Calvert Casey. Qualunque cubano può andarseli a leggere e scaricarseli da Internet (segnalo che a Cuba l'uso di Internet non è vietato ma soltanto limitato e che tutti i siti nazionali sono di libero accesso), oppure comprare a un prezzo irrisorio la versione cartacea della rivista. E’ indubbio che da quando il Ministro della Cultura è lo scrittore Abel Prieto le cose sono migliorate: molti artisti che avevano abbandonato Cuba vi sono tornati - anche di questo sono testimone - per partecipare a congressi e incontri, e  pubblicano su alcune riviste cubane - per esempio Temas, la Revista de Casa de las Américas e Revolución y Cultura - che sono “ufficiali” ma non mi sembrano affatto piegate ai “dogmi di regime”.

Danilo Manera è preoccupato dalla censura castrista, che controllerebbe non solo le edizioni interne ma anche quelle esterne degli autori residenti a Cuba. In questo senso vorrei tranquillizzarlo, poiché la casa editrice Plaza Mayor di Portorico ha pubblicato un  romanzo di Félix Luis Viera, Un  ciervo herido, che torna sullo scabroso tema della repressione dell’omosessualità avvenuta negli anni ’60. Il libro è stato presentato alla Feria dell’Avana del 2003. C’ero anch’io, la sala era gremita di gente e la direttrice editoriale, Patricia Gutiérrez Menoyo (figlia di un famoso esule anticastrista), è stata applaudita a lungo. Al centro del romanzo di Félix Luis Viera stanno le UMAP, i campi di riabilitazione in cui vennero condannati a lavorare molti omosessuali, Testimoni di Geova e hippy (a titolo di cronaca la nefasta esperienza durò dal 1965 al 1966 e non dieci o venti come a volte si sente ripetere). A questo proposito vorrei segnalare che nel codice penale cubano l’omosessualità non è vietata, e soprattutto che l’attuale situazione dei gay, soprattutto se intellettuali e artisti, è decisamente diversa da quella di 30 o 20 anni fa, e non pochi occupano posti di assoluto prestigio. Allo stesso modo è diversa la “repressione” o la “censura” nei riguardi degli intellettuali dissenzienti, sempre che non si rendano colpevoli, come Raúl Rivero, di reati contro la sicurezza dello Stato. L’accusa nei confronti di Rivero è di aver commesso “atti contro l’indipendenza o l’integrità territoriale”, ricevendo generose sovvenzioni dal governo degli Stati Uniti (e da “Reporteros sin fronteras”, sedicente organizzazione giornalistica prezzolata dalla CIA) e su questo esistono le prove, non si tratta di un’opinione.

Manera include in appendice le poesie di Herberto Padilla e di Reinaldo Arenas, che ci testimoniano di conflitti e problematiche legate al passato prossimo, e quelle di Raúl Rivero e Luis Manuel García, che sono già abbondantemente pubblicati sulle riviste elettroniche di Miami e dalle case editrici statunitensi e spagnole. Avrei trovato molto più interessante leggere qualcosa dei giovani scrittori più o meno sotterranei e alternativi, quelli legati alle riviste semiclandestine (ma lo saranno davvero?) Diásporas e Cacharros, di cui si riferisce in Limes. Ma per fortuna, a fare da portavoce a tutti loro e a chiudere in bellezza c’è un racconto di Yoss, che grazie al suo amico Danilo è il rocchettaro cubano più famoso d’Italia, e che è la dimostrazione vivente (e me ne rallegro) che si può dissentire e criticare, uscendo e rientrando da Cuba quante volte si vuole, sempre che si rispettino alcune regole fondamentali, che sono poi quelle comuni a tutte i regimi e le democrazie, tra le quali quelle di chiedere il visto adeguato alla propria situazione e attività (peccato che Cuba lo conceda a qualsiasi italiano mentre l’Italia a ben pochi cubani…).

Irina Bajini